Predestinazione e terremoto

del Dott. Vittorio Subilia

Ho avuto nelle scorse settimane una stimolante discussione con due amici, molto vivaci e simpatici: uno, professore di filosofia, uno spirito aperto e lucido, sensibile ai problemi di fondo, l'altro, uno studioso noto per le sue ricerche di storia religiosa del XVI secolo. L'amico storico con sentimento generoso voleva esprimere, al di là delle questioni di studio e delle diverse appartenenze o non appartenenze confessionali, il senso della universalità cristiana, la sua solidarietà ecumenica con il protestantesimo.

« Quando ho visitato la cattedrale di Berna... cos'è, luterana, riformata? »

Il protestante: « Riformata ».

Il filosofo: « Ho studiato tante volte la differenza tra luteranesimo e calvinismo e mi domando in che cosa è condensabile ».

Il protestante: « Una differenza genetica che ha inciso nella conformazione delle due confessioni come incide nelle loro reazioni ecumeniche attuali deriva dal fatto che Lutero era un frate, Calvino un laico, un dottore in legge».

Lo storico riprende la sua calorosa dichiarazione ecumenica: « Quando ho visitato la cattedrale riformata di Berna, così solenne, silenziosa, spoglia d'immagini, ho sentito la presenza di Dio".

Il protestante ribatte asciutto, senza commozioni, con lo scrupolo però di non essere pari alla generosità dell'amico: « Il Dio sensibile e localizzabile nello spazio sacro è un Dio precristiano, il Dio cristiano è un Dio inevidente e contestabile».

Lo storico reagisce: « Come? La rivelazione allora, nella sua unità che supera tutte le nostre interpretazioni divergenti? »

Il protestante insiste: « La rivelazione è avvenuta nella storia, quindi è sottoponibile a tutta la problematica della critica storica, senza certezze convincenti per la loro evidenza, segnata da fortissimi contrasti di tendenza ».

« Però i calvinisti - aggiunge lo storico - con la loro faccenda degli eletti e dei reprobi, con la loro sicurezza quasi razzista della elezione... », facendo intendere con garbo che il problema della predestinazione si presenta come un problema non solo inammissibile, ma inconcepibile. Come si può pensare che Dio predestini alcuni pochi alla fede e alla salvezza, lasciando o destinando gli altri all'incredulità e alla perdizione?

Il partigiano dei predestinatari Lutero e Calvìno doveva rispondere. Per rispondere, invece di inoltrarsi in complicatissime disquisizioni che potevano apparire bizantine, ha spostato il problema sul tema recente del terremoto.

Il terremoto non c'entra, va considerato in prospettiva scientifica, ha obiettato con realismo l'amico filosofo, è uno spostamento delle « zolle », che provocano assestamenti della crosta terrestre, con tutte le conseguenze. Si tratta di leggi fisiche, non di problemi teologici. Sì, ha ribattuto il pertinace lettore di Lutero e di Calvino, ma qualsiasi argomento, anche il terremoto, può essere visto in un'altra prospettiva. La teologia non è un reparto sacro riservato ai fissati di religione e limi tato alle cose ecclesiastiche. E' una prospettiva che riguarda il reale nella sua totalità. E il reale è profondamente ambiguo e contraddittorio. C'è il paesaggio inondato di sole e di azzurro, che suscita sentimenti di pace e di serenità, c'è il paesaggio devastato dal terremoto che provoca reazioni di orrore e di smarrimento dinanzi a forze telluriche incontrollabili. C'è l'atteggiamento di fede del credente, non sicuro di sé e del fondamento obiettivo e dimostrabile della verità delle proprie convinzioni, profondamente condizionato dai propri condizionamenti etnici, sociali, culturali, psicologici, fisiologici, che pure dichiara: « Io credo: sovvieni alla mia incredulità » (Mc. 9/24). C'è il fenomeno della incredulità, della insensibilità o del rifiuto di vedere qualche cosa di effettivo oltre le apparenze. Se il problema di Dio si può e si deve porre, è certo che le apparenze testimoniano soltanto di un Dio ingiusto e impotente davanti al male, che sembra preservare gli uni nella serenità della loro esistenza, sembra mandare gli altri alla rovina nei loro corpi, nei loro cari, nei loro averi. Un Dio che dà la fede agli uni, che non se la meritano, perché non sono davvero né migliori né più giusti degli altri, la nega agli altri, lasciandoli alla superficialità e alla insensatezza della loro esistenza.

C'è nell'Antico e nel Nuovo Testamento, un messaggio che, fra gli altri, Lutero e Calvino hanno cercato di chiarire, il quale afferma questo paradosso: questo Dio che fa cose giuste e belle, cose ingiuste e sconvolgenti, che crea la vita e dà la morte, che dona la fede e lascia nell'incredulità, è un Dio la cui presenza si manifesta e la cui azione procede

in modi nascosti e contraddittori, che alle nostre categorie appaiono assurdi e inaccettabili. Il paradosso della fede è di credere « sub contraria specie » dicevano i Riformatori del XVI secolo, nonostante tutto quello che si vede e si constata. La sua consegna è di affermare in questo «nonostante » che Dio è giusto, Dio è buono, Dio è potente, Dio ha la prima e l’ultima parola.

Dio può essere amato e confessato solo in questa prospettiva. Pensarlo o parlarne in altra prospettiva equivale ad usare il suo nome per servirsene, come evasione senti-mentale e compensativa delle delusioni della vita, come protettore dalle disavventure fisiche o economiche o psicologiche oppure semplicemente come conferma dei propri interessi e delle proprie convinzioni, cioè per «concupiscenza » diceva Lutero. « Sul piano naturale l'uomo non può volere che Dio sia Dio... Sul piano naturale non c'è che atto di concupiscenza nei riguardi di Dio. Ogni atto di concupiscenza nei riguardi di Dio è un male e una fornicazione dello spirito » (Disputatio contra scholasticam theologiam, 1517, Tesi 17-21-22, in: W.A. 1/225). Nel contesto protestante ogni credente è teologo, cioè è chiamato a prendere coscienza dei presupposti e delle conseguenze dell'Evangelo nella sua fede, ma è degno di questo nome solo quando considera e accetta la realtà così come è realmente, senza trasfigurarla in una realtà ideale o dividerla in reparto sacro e in reparto profano, e nella durezza e alla contraddittorietà del reale riconosce e confessa la presenza di Dio. « Il nostro bene è nascosto e così profondamente che è nascosto sotto il suo contrario. Così la nostra vita è nascosta sotto la morte, l'amore per noi sotto l'odio per noi, la gloria sotto l'ignominia, la salvezza sotto la perdizione, il regno sotto l'esilio, il cielo sotto l'inferno, la sapienza sotto la stoltezza, la giustizia sotto il peccato, la forza sotto l'infermità. E in generale ogni nostra affermazione di qualsiasi bene sotto la sua negazione, affinché la fede abbia luogo in Dio »( M. Luther, Römerbriefvorlesung, 1516/17, su Rom. 9/14 s., in: W.A. LVI/392).

Non si può capire nulla del problema della predestinazione se non si affronta in tutta la sua problematicità la questione di quel Dio che contraddice tutti i nostri schemi e rompe tutte le nostre categorie.

 

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