L’unità della chiesa secondo Giovanni Calvino

L’accostare la figura e l’opera di Giovanni Calvino con il problema di sempre stringente attualità dell’ unità della chiesa può sembrare oggi stravagante storicamente e teologicamente.

Eppure, se si esamina l’intero arco della sterminata produzione teologica del riformatore francese, dalla fittissima corrispondenza intercorsa per anni con Melantone e con Bullinger e dal trattato sulla S. Cena, scritto per dirimere le controversie sacramentali tra Lutero e Zwingli, fino ad arrivare al Consenso Tigurino , si constata che Calvino, pur essendo convinto che la divisione della chiesa costituiva una triste e ineluttabile realtà, si trovò sempre strenuamente impegnato nel compito di ricomporre la sua unità.

Ma fu soprattutto nella lettera che egli scrisse al cardinale Sadoleto che Calvino ebbe modo di esprimere in maniera più compiuta il suo pensiero a questo riguardo. Il cardinale Sadoleto, aveva indirizzato al Consiglio ginevrino una lettera pesantemente critica nei confronti della riforma, nella quale invitava i cittadini di Ginevra all’antica fede e alla sottomissione al papato.

A questa lettera Calvino, dietro sollecitazioni di Berna, replicò in maniera circostanziata, contestando la concezione del cardinale secondo la quale l’istituzione avrebbe rappresentato il criterio di giudizio per valutare la legittimità o meno della realtà ecclesiale.

La chiesa, al contrario scrisse Calvino, è la società di tutti i santi, ( santi nel senso biblico di messi da parte, appartati per il Signore e quindi di eletti) la quale , sebbene sia diffusa in tutto il mondo e dispersa in ogni tempo, tuttavia collegata da una unica dottrina di Cristo e da un unico spirito, cura e mantiene l’unita della fede e la fraterna concordia (p. 66, Aggiornamento o Riforma della chiesa, Claudiana, 1976).

Il pensiero di Calvino è chiaro: la chiesa non è una in quanto chiesa, ma è chiesa in quanto una e la sua unità non è misurabile in relazione alla sua struttura gerarchica e alla sua continuità nel tempo e nello spazio, ma in relazione alla sua unita di fede. Il primo segno della vera chiesa è, dunque la dottrina, intesa non in senso intellettualistico, ma come Vangelo e la sua autorità non deriva dalla tradizione, ma dalla Parola di Dio.

Aveva sicuramente ragione j. Guitton nell’affermare sintetizzando il pensiero del riformatore che Calvino preferiva la vérité à la fausse charité, la désunion à la coexistence dans l’erreur ( Rivista Protestantesimo , p. 163, 3/1986).

Alla luce di siffatte considerazioni vi sarebbe da chiedersi se il punto di partenza e il giusto criterio dell’ecumenismo non sia oggi soprattutto quello di sottoporre le reciproche posizioni al vaglio critico della S. Scrittura senza timorose prevenzioni e senza sospettose condizioni e con Vittorio Subilia provocatoriamente domandarci se una somma di chiese vecchie e malate potesse produrre una chiesa sana e degli evangeli insipidi potessero dare il sapore dell’evangelo autentico ( Tempo di confessione e di rivoluzione, p. 43, Claudiana 1966). Domande che suonano di estrema attualità soprattutto nel tempo odierno nel quale dalla tesi della riforma come condizione dell’unita si è passati alla tesi dell’unita come condizione del rinnovamento e della vivificazione della chiesa( op. cit.).

Nessuna chiesa, scriveva Carlo Barth, è dispensata dall’accogliere la questione posta dalle altre: sei la vera chiesa? La chiesa vera vive della verità e nella verità che non può allearsi con il suo opposto, l’errore.. L’opposizione tra la vera e la falsa chiesa non può essere soppressa , soprattutto non in nome dell’amore né per volontà di pace.. Deve essere superata non dalla vittoria degli uni sugli altri, in seno alla stessa chiesa o dalla vittoria di una chiesa su un altra, ma dalla vittoria della verità, dall’inserimento della sovranità di Gesù Cristo nella chiesa. La vera chiesa sfugge al pericolo di diventare falsa chiesa quando per la potenza di Gesù Cristo si cerca Lui e niente altro che Lui. La vera chiesa vive nel fuoco di questa ricerca, nell’inquietudine, nella nostalgia, nell’indignazione e nell’amore che essa suscita ( Connaitre Dieu et le servir, Neuchatel 1945, p.160 s.).

 

 

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