|
SOLTANTO
A DIO ONORE E GLORIA
Fin da quando l’essere
umano ha cominciato a prendere coscienza di se stesso e del suo rapporto con l’universo,
si è posto il quesito del ruolo e del significato della sua esistenza. Perché
vivo? Qual è lo scopo principale della mia vita?
A questi eterni
interrogativi la teologia della Riforma del XVI secolo ha inteso dare una
risposta.
Nel Catechismo di
Ginevra del 1545 il riformatore Giovanni Calvino scriveva testualmente :
Siccome non si trova uomo, sia pure barbaro e del tutto selvaggio, che non
possieda qualche idea di religione, è manifesto che noi tutti siamo creati per
conoscere la maestà del nostro Creatore, e per stimarla dopo averla conosciuta,
sopra ogni cosa, per onorarla con ogni timore, amore e rispetto. Noi che
facciamo professione di pietà, dobbiamo riflettere che questa vita caduca, che
tosto finirà, non dev'essere che una meditazione d'immortalità. Ora non si
può trovare in nessun luogo vita eterna e immortale se non in Dio. È
necessario, dunque, che la principale cura e sollecitudine della nostra vita sia
di cercare Dio, di aspirare a lui con tutto l'affetto del nostro cuore e di non
riposare che in lui .
Il successivo Piccolo
Catechismo di Westminster del 1647 sintetizzava il pensiero dell’intera
teologia riformata affermando che lo scopo principale della vita umana non era
altro che glorificare Dio e compiacerLo per sempre .
Misurate con la
sensibilità secolarizzata dell’era moderna queste affermazioni sembrano
appartenere ad una epoca distante milioni di anni dalla nostra. Abituati come
siamo, infatti, a considerare la realizzazione delle nostre aspirazioni come lo
scopo principale dell’esistenza, troviamo difficile comprendere come gli
intelletti più sensibili del 16esimo e del 17esimo secolo avessero trovato la
libertà più alta e completa nell’abbandonarsi completamente alla Onnipotenza
di Dio.
Ma che cosa significa glorificare
Dio in termini concreti?
Significa che gli
esseri umani sono chiamati a vivere in questo mondo non tanto per realizzare le
proprie aspirazioni e neanche in vista del conseguimento della loro salvezza
eterna, quanto per essere strumenti di amore, di riconciliazione, di pace e di
giustizia.
Come uomini e donne che
hanno trovato nella parola di Cristo l’ unico punto di riferimento, siamo
chiamati , come si è espressa nel 1980 una confessione di fede della Chiesa
Unita del Canada, a celebrare la presenza di Dio , a vivere rispettando il
mondo creato , ad amare e servire gli altri, a cercare la giustizia e resistere
al male , a proclamare Gesù Cristo, crocifisso e risorto, nostro Giudice e
nostra speranza.
Il teologo riformato
americano Richard Niebuhr ha posto a confronto questo motivo della
glorificazione di Dio attraverso l’impegno fattivo ed operoso nella storia ,
proprio della tradizione riformata, con l’altro della pura e semplice
contemplazione che regnò pressoché indiscusso per tutto il medioevo e che
Tommaso d’Aquino sintetizzò nella sua opera Contra Gentiles.
Secondo Niebuhr il
cattolicesimo Romano e le chiese nate dalla Riforma Protestante divergevano
profondamente non soltanto sulla questione di come si era salvati, ma altresì
su quello che era lo scopo principale della vita umana: impegnarsi attivamente
nella storia in vista dell’attuazione dei piani di Dio o limitarsi puramente e
semplicemente a condurre una vita contemplativa?
La Riforma non ebbe
dubbi nell’affermare con decisione che Dio ci chiamava a mettere in pratica la
Sua volontà per anticipare già nel tempo presente un regno di pace, di
giustizia e di amore e nel trarre da questo principio le dovute conclusioni nel
campo dell’atteggiamento di tutti i giorni .
Se questo è vero
Se questo è vero , scriveva a questo proposito Giovanni Calvino, se ne può
dedurre quel che dobbiamo fare per non errare, e in che direzione dobbiamo
rivolgere tutta la nostra vita. Non apparteniamo a noi stessi: la nostra ragione
e la nostra volontà non dominino dunque nei nostri propositi ed in ciò che
dobbiamo fare. Non apparteniamo a noi stessi: non perseguiamo dunque lo scopo di
cercare quel che ci è giovevole secondo la carne. Non apparteniamo a noi
stessi: dimentichiamo dunque noi stessi, per quanto possibile, e tutto ciò che
è intorno a noi. Al contrario, apparteniamo al Signore: la Sua volontà e la
Sua sapienza presiedano dunque a tutte le nostre azioni. Apparteniamo al
Signore: tutte le componenti della nostra vita siano riferite a Lui, come al
loro unico fine.
|