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Immortalità
Circa un anno fa il mondo
scientifico venne messo a soqquadro dalla notizia, in seguito non
confermata, che la clonazione, a suo tempo sperimentata con successo
su alcune specie animali (tutti ricorderanno la pecora Dolly), era
riuscita anche sull’essere umano.
Chiunque conosca la storia sa perfettamente che la clonazione è
soltanto l’ultima espressione dell’eterna aspirazione dell’uomo di
superare la barriera del tempo ed attingere l’ immortalità. Gli
esempi non mancano: da Adamo ed Eva che cedettero alla tentazione di
mangiare del frutto proibito per essere come Dio, al Faust di Goethe,
disposto a vendere l’anima a Mefistofele per acquistarne l’eterna
giovinezza; per non parlare di Oscar Wilde, che nel "Ritratto di
Dorian Gray", immagina che il protagonista scambi la sua vita con il
suo dipinto: questo invecchierà al posto suo fin quando la sua vista
diventerà insopportabile a Dorian, che lo pugnalerà, dandosi in tal
modo la morte.
Questo
anelito ha trovato la sua più coerente espressione nella dottrina
dell’immortalità dell’anima, che venne riconosciuta non solo dalla
chiesa cattolica nel V Concilio Lateranense del 1513 , ma anche da
alcune confessioni di fede della Riforma (cfr. la II Confessione
Elvetica del 1566 e quella di Westminster del 1647).
Sulla
scorta di queste ultime considerazioni si sarebbe indotti a
concludere che almeno secondo la fede cristiana l’uomo possederebbe
una immortalità, sia pure limitata alla sfera della propria anima.
Se si esamina tuttavia la testimonianza biblica ci si rende conto
che l’attributo della immortalità non viene mai conferito all’uomo,
ma soltanto a Dio (cfr. 1 Timoteo 6:16). Tutto l’AT e il NT,
infatti, sono concordi nel dirci che l’uomo esiste esclusivamente
entro e non oltre i limiti temporali che gli sono stati assegnati.
Se al di la’ della sua morte non ci fosse Dio che intervenisse per
lui, per l’essere umano sarebbe finita una volta per tutte e sarebbe
allora pienamente giustificata la malinconica affermazione del
profeta Isaia secondo la quale ogni carne è come l’erba e tutto il
suo splendore come il fiore del campo che appassisce (cfr. Isaia 40,
7)
È per
questi motivi che l’annuncio della Resurrezione di Cristo,
primizia di coloro che si sono addormentati, può essere
accolto come una autentica liberazione. L’apostolo Paolo se ne fece
portavoce quando nel capitolo 15 della sua Epistola ai Corinzi
(vers. da 50 a 55) scrisse:
Ecco, io vi dico un mistero:
non tutti morremo, ma tutti saremo mutati in un momento, in un
batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; la tromba infatti
suonerà, i morti risusciteranno incorruttibili e noi saremo mutati,
poiché bisogna che questo corruttibile rivesta l'incorruttibilità e
questo mortale rivesta l'immortalità. Cosi quando questo
corruttibile avrà rivestito l'incorruttibilità e questo mortale avrà
rivestito l'immortalità, allora sarà adempiuta la parola che fu
scritta: «La morte è stata inghiottita nella vittoria». O morte,
dov'è il tuo dardo? O inferno, dove è la tua vittoria?
Colse
veramente nel segno il famoso teologo svizzero Karl Barth quando
scrisse:
nella
persona umana e unica di Gesù Cristo egli non ha respinto ma eletto
l'uomo, è intervenuto con giustizia e misericordia anche per lui, ha
già salvato anche lui dalla morte, lo ha pure già accolto, mortale
quale era, e lo ha rivestito di immortalità, ha donato pure a lui la
vita eterna, tutto questo come un libero dono gratuito ed
immeritato, ma anche in una realtà compiuta e incrollabile.
Past. Paolo
de Petris
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