|
La S.
Cena o Eucarestia è un sacrificio?
Nella sua
recente enciclica de Eucharistia Giovanni Paolo II ha
riproposto in tutta la sua consequenzialità il tradizionale
insegnamento cattolico, affermando tra l’altro che i fedeli
cattolici,
pur
rispettando le convinzioni religiose dei fratelli appartenenti
alle Comunità ecclesiali sorte in Occidente dal secolo XVI in
poi e separate dalla Chiesa cattolica debbono astenersi dal
partecipare alla comunione distribuita nelle loro
celebrazioni, per non avallare un'ambiguità sulla natura
dell'Eucaristia e mancare, di conseguenza, al dovere di
testimoniare con chiarezza la verità.
Anche
se l’Enciclica riguarda principalmente la legittimità del
comportamento di quei cattoliciche decidono di partecipare a
funzioni liturgiche eucaristiche diverse dalla messa, un
problema di fondo tuttavia il documento papale lo ha posto a
tutti coloro che, illusisi che le divisioni sorte nel XVI
secolo fossero state con il tempo sostanzialmente superate,
oggi si ritrovano spaesati e confusi.
Nel
documento vengono riproposti i tradizionali capisaldi della
dottrina cattolica secondo la quale l’eucaristia è un
sacrificio, nel corso della quale avviene la
conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del
Corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nella sostanza
del suo Sangue , che non può essere celebrata se non da
un sacerdote ordinato.
L’elemento sul quale l’enciclica insiste in modo pregnante è
sicuramente quello del sacrificio, il cui termine viene
menzionato ben 61 volte. Per non lasciare dubbi interpretativi
di sorta si afferma che l’eucarestia, fonte e apice di
tutta la vita cristiana, è
sacrificio in senso
proprio, e non solo in senso generico, compiuto nella persona
del sacerdote e costituisce non solo l'evocazione, ma la
ripresentazione sacramentale dell’evento della passione e
della morte del Signore che si perpetua nei secoli.
Che
la chiesa cattolica non stia qui dicendo nulla di nuovo e che
il suo insegnamento sia assolutamente in linea con quello di
sempre, anche il non addetto ai lavori lo può agevolmente
riconoscere leggendo il Piccolo Trattato sulla S. Cena
che il riformatore Giovanni Calvino scrisse nel 1540, pochi
anni prima che si inaugurasse quello stesso concilio di Trento
le cui esposizioni vengono richiamate con ammirazione in ben
tre significativi passaggi.Proprio a proposito della nozione
di sacrificio, come sopra delineato, Calvino aveva scritto:
Il
non riconoscere alla morte del Signore Gesù il carattere di
sacrificio unico, significa annullarne la portata. Il non
riconoscere Gesù Cristo quale unico sacerdote significa
privarlo dell’onore che gli spetta e recargli grave offesa. La
morte di Gesù Cristo è un sacrificio offerto al Padre, una
volta per sempre, mediante il quale otteniamo la remissione
dei peccati .
Essendosi ora compiuto, è oramai possibile soltanto una
comunicazione di esso. E l’ordine datoci da Gesù Cristo è
esplicito: non parla di offrire o immolare, ma di prendere e
mangiare ciò che è stato già offerto e immolato.
Riguardo poi
alla tesi, che sarebbe stata accolta qualche decennio dopo dal
concilio di Trento, secondo la quale la messa non è un
nuovo sacrificio, ma soltanto una applicazione di quell’unico
sacrificio, Calvino la contestò decisamente scrivendo che
non è detto soltanto
che il sacrificio di Cristo è unico, ma altresì che non dovrà
mai essere ripetuto, in quanto la sua efficacia permane in
eterno.
Anche
se Giovanni Paolo II non ha bisogno certamente del mio
appoggio, ritengo , anche a costo di andare controcorrente,
che il suo giudizio sulla sostanziale diversità di
interpretazione della natura della Cena del Signore della
chiesa cattolica rispetto a quella delle chiese riformate sia
ineccepibile teologicamente.
È ora
sicuramente doveroso che da parte delle nostre chiese si
insista sul principio che l’invito di Cristo a partecipare
alla Sua Cena è più importante delle differenze confessionali,
ma non vorrei che questa dichiarazione potesse in qualche
maniera ingenerare dubbi interpretativi su quella che è sempre
stata la visuale riformata sulla Cena del Signore.
Parafrasando e ribaltando una celebre frase di Enrico IV,
secondo il quale Paris vaut bien une Messe, mi auguro
che la pur legittima aspirazione all’unità delle chiese non
comporti per noi riformati il sacrificio di dover accettare
una visione sulla Cena del Signore che ci risulta francamente
estranea.
Paolo de
Petris
|